“Ci sono domande?”
Durante una lezione o al termine di un intervento formativo, non importa se a scuola o in azienda, chi interagisce con le persone coinvolte si aspetta normalmente che ci siano domande. In fondo, il nostro ruolo è quello di colmare dubbi, curiosità, bisogni.
Possiamo scegliere di rispondere con quello che conosciamo, oppure possiamo affrontare la situazione da un’altra prospettiva, validata, efficace: capire come funziona la mente di una persona che pone domande.
Cognitivamente l’atto del chiedere è straordinario per l’insieme delle funzioni che mette in campo. È un momento di ricerca che impegna, ad esempio, la memoria di lavoro, l’attenzione, il linguaggio, la capacità di pianificare e di capire chi si ha davanti.
Ma non solo.
Perché una risposta precisa non basta
Quando ricevi una risposta chiara, la ascolti, la capisci, la integri con quello che già sai. L’efficacia di questa operazione dipende, però, da una serie di fattori.
Ci sono tante teorie, spesso in contraddizione l’una con l’altra, e non intendo presentare qualcuna come quella infallibile. Tuttavia, la ricerca sulla memoria ha mostrato in modo abbastanza solido che le informazioni che costruisci attivamente, anche in modo imperfetto, anche con fatica, lasciano tracce più durature di quelle ricevute già pronte, anche quando il contenuto è identico. Questo avviene perché l’atto di ricostruzione è diverso dalla ricezione: richiede che il tuo sistema cognitivo cerchi, organizzi, connetta. Quella ricerca lascia un’impronta, ricevere passivamente, no.
Pensa a tutte le volte in cui hai ricevuto una risposta, hai pensato “ok, ho capito” e dopo qualche tempo hai faticato a riprendere quella comprensione senza il formatore accanto ed in un contesto diverso.
Questo non significa che rispondere sia sempre sbagliato. Se il learner chiede una procedura che non può ricavare dalla propria esperienza, una definizione tecnica, un dato che non esiste nella sua struttura di conoscenza, la risposta diretta è la scelta giusta.
Dobbiamo avere ben chiaro, però, che molte domande in formazione non sono richieste di informazioni. Sono richieste di connessione: la persona che apprende ha i pezzi, ma non li ha ancora messi insieme. Ha già vissuto qualcosa di analogo, ma non lo riconosce come tale. Sta chiedendo “come faccio” quando la risposta è già dentro la sua esperienza e non lo sa ancora.
Cosa fa chi media con quella domanda
Reuven Feuerstein, psicologo romeno che ha lavorato per decenni sulla modificabilità cognitiva degli adulti, distingueva due modalità di apprendimento: quella diretta, in cui la persona riceve uno stimolo e risponde, e quella mediata, in cui c’è qualcuno nel mezzo che non semplifica la risposta ma amplia l’elaborazione.
Il mediatore seleziona, incornicia, chiede. Soprattutto collega: tra quello che il learner già sa e quello che sta incontrando, tra la situazione presente e contesti futuri in cui quella comprensione tornerà utile. Feuerstein chiamava questo “bridging”, che è lo strumento applicativo della mediazione della trascendenza, e lo considerava uno dei criteri fondamentali perché un’esperienza formativa lasci qualcosa di strutturale, non solo qualcosa di memorizzato.
Qualche parola per introdurre la mediazione della trascendenza è utile.
La mediazione della trascendenza è quel criterio per cui il mediatore accompagna il learner oltre il “qui e ora” e aiuta la generalizzazione: l’attività non si esaurisce nel compito immediato, ma estrae competenze principi, regole e strategie di pensiero trasferibili a situazioni nuove, future o diverse.
In pratica significa questo: il learner chiede come gestire un conflitto in team quando le posizioni sono opposte. Il formatore che eroga risponde con un modello sicuramente buono, possibilmente chiaro. Il formatore che media chiede: “Hai già vissuto una situazione in cui due posizioni opposte hanno trovato un punto di contatto? Cosa aveva reso possibile quella convergenza?” Poi, su quello che emerge: “Cosa di quello che descrivi potrebbe funzionare anche qui?”
Non è la stessa cosa. Nel primo caso il learner ha ricevuto un modello. Nel secondo ha riattivato un’esperienza reale, l’ha riletta con occhi diversi, ha costruito autonomamente il collegamento con la situazione presente. Quella connessione è sua, non gliel’ha data nessuno.
| La domanda pratica da porsi di fronte a ogni richiesta è semplice: questo learner non sa la risposta perché manca di informazioni, o perché non ha ancora costruito il collegamento? La risposta a questa domanda decide come intervenire. |
Come si impara a farlo
Il bridging non funziona con domande generiche. Se domandi “cosa pensi tu?” produci disagio senza orientare l’apprendimento. Le domande che attivano elaborazione profonda sono quelle che agganciano l’esperienza già vissuta: “dove hai già incontrato qualcosa di simile?”, “cosa succederebbe se applicassi questo a un caso che conosci bene?”, “c’è qualcosa che hai già fatto in passato che assomiglia a questo?”
L’altro gesto che Feuerstein considera essenziale è dichiarare l’intenzione, quel principio di mediazione che chiama intenzionalità e reciprocità. Non dare per scontato che il learner capisca perché non stai rispondendo direttamente. È importante che tu lo dica esplicitamente: stai restituendo la domanda perché vuoi che colui che impara costruisca la connessione, e la connessione che costruisce durerà più a lungo. Questo anche grazie al miglioramento della qualità dell’attenzione che una gestione mediata delle risposte produce. Applicando questi principi potresti notare una cosa: alcune domande che sembravano richiedere risposte si sciolgono da sole nel momento in cui il learner ci pensa davvero. Altre invece rivelano una lacuna reale che prima era nascosta dietro la domanda e quella è l’informazione utile, non la risposta.
Se stai progettando un intervento e vuoi capire dove introdurre la mediazione, scrivimi a
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