Dimmi se ti suona familiare: ti è capitato di seguire corsi o leggere libri e dopo un po’ ti sembra di non ricordare più niente. No, non è colpa dell’età, non lo è (solo) dei troppi impegni e neanche della distrazione.
Spostiamoci in uno scenario diverso, ma con lo stesso problema. Qualcuno legge le pagine del tuo sito, scorre la pagina servizi. Poi, due giorni dopo, quando vi sentite, cerca l’aiuto dal pubblico per ritrovare nella memoria quello che tanto orgogliosamente avevi scritto a proposito del tuo lavoro. Frustrante, lo so.
Ma allora da cosa dipende?
Si tratta di biologia. Sì, hai capito bene, di un fenomeno legato alla tua condizione di essere umano….dimenticante.
| Qui parliamo di scrittura, formazione e apprendimento. Il mondo delle scienze cognitive è immenso e illuminante per chi intreccia trame con le parole. Ne parleremo spesso, con curiosità. Niente sarà esauriente, solo piccoli contributi presi in prestito da grandi menti e chissà che non aiutino ad accordare le note stonate della nostra comunicazione. |
Cosa succede nel cervello subito dopo aver imparato qualcosa
Mettiamo subito in riga i concetti.
Ci sono teorie scientifiche che il fenomeno del dimenticare lo hanno osservato e studiato da più angolazioni e non crediate che questo sia un problema di oggi. Ne parlavano già Platone e Aristotele e dopo di loro i grandi oratori e studiosi medievali che avevano l’esigenza di garantire l’affidabilità delle loro conoscenze senza avere Google da consultare o una biblioteca a portata di mano .
In sintesi, il “perché si dimentica” era riassunto in quattro cause osservate che mi stupiscono ancora per la modernità delle intuizioni da cui sono scaturite:
- Mancanza di cura (Attenzione): Se l’impronta sulla “cera della memoria” è leggera, sparisce subito.
- Mancanza di esercizio (Disuso): Senza il ripasso, la traccia sbiadisce.
- Disordine (Mancanza di metodo): Il ricordo c’è, ma non c’è la “chiave” per ritrovarlo.
- Fissaggio (Mancanza di Emozione): per fissare un concetto nella mente, bisogna trasformarlo in una “immagine agente” che colpisca i sensi e i sentimenti.
Di secolo in secolo arriviamo alla fine dell’Ottocento, quando uno psicologo tedesco di nome Hermann Ebbinghaus fece una cosa curiosa: usò se stesso come cavia. Per anni registrò come la propria memoria tratteneva e perdeva informazioni, imparando liste di sillabe senza senso e misurando poi quanto ne ricordava a intervalli di tempo diversi. Costruì quella che oggi si chiama curva dell’oblio.
Quello che scoprì fa saltare sulla sedia: dopo venti minuti abbiamo già dimenticato il 40% di quello che abbiamo appena imparato. Dopo un giorno, nella testa è rimasto circa il 30%.
Non dare la colpa alla distrazione, quindi. È il cervello a fare una selezione continua. Conserva quello che giudica rilevante, scarta il resto.
Ebbinghaus formulò questa teoria in un periodo in cui le informazioni disponibili erano forse un decimo di quelle di oggi.
Secondo te, oggi quanto è divenuta ripida la curva?
Pensala applicata ad un corso di formazione. Ma vale esattamente nella stessa misura per una pagina web.
Perché il cervello dimentica (e quando non lo fa)
Il dimenticare non è un difetto del sistema, fa parte del sistema che funziona.
Il cervello è progettato per mantenere accessibile solo ciò che è utile, frequentemente richiamato, o emotivamente significativo. Quando un’informazione non soddisfa nessuna di queste condizioni, scompare.
Nella formazione succede spesso questo: i contenuti vengono presentati in modo lineare, senza attivazione, senza che il partecipante debba fare nulla con quelle informazioni se non ascoltarle o leggerle. Il risultato è che entrano e ancora più velocemente escono.
Nella scrittura per il web succede la stessa cosa, ma in modo ancora più rapido. Il lettore arriva già carico di stimoli, con un’attenzione che si misura in secondi. Se il testo non aggancia qualcosa che già sente suo, un problema reale o una domanda che si porta dietro, il cervello non ha motivo di trattenerlo.
E qui mi sono lasciata trasportare in territori nuovi e ho incontrato una teoria che integra altre tra quelle classiche e molto note per gli addetti ai lavori ( se fai parte di questa tribù o solo hai curiosità, mi riferisco a Vygotskij o Kahneman).
Questa teoria può essere utile a chi usa le parole per far compiere delle azioni, te ne parlo.
Lo psicologo Robert Bjork ha studiato a lungo questo meccanismo, introducendo il concetto di desirable difficulties: le difficoltà desiderabili.
La sua tesi è controintuitiva: un apprendimento troppo fluido, troppo facile, produce ricordi fragili. Un po’ di attrito cognitivo, al contrario, costringe il cervello a elaborare più in profondità, e quello che elabora in profondità lo ricorda.
In questo video lo stesso dr Bjork illustra la sua teoria.
Come si usa questa cosa nella pratica
Intanto, sapere che il cervello dimentica, cambia il modo in cui si progetta o ci si approccia a qualsiasi cosa debba restare, che sia un corso o un testo.
Prendendo in prestito alcuni dei criteri presenti nelle teorie che abbiamo incontrato, questo è quello che le scienze cognitive rendono applicabile nel lavoro di scrittura.
Se stai progettando formazione
Il nodo non è quanto materiale metti dentro un corso. È quante volte e in che modo quella informazione torna. La ripetizione spaziata, rivedere i contenuti a intervalli crescenti, è tra le tecniche più validate per contrastare la curva dell’oblio. Non serve rifare tutto da capo: basta costruire momenti di ritorno, brevi, mirati, distribuiti nel tempo.
Funziona anche l’attivazione: non dire solo, ma far agire. Un esercizio, un caso da risolvere, una domanda a cui rispondere. Il recupero attivo dell’informazione, anche solo il tentativo di ricordare qualcosa prima di rileggerlo, rafforza il ricordo in modo significativo.E poi c’è il significato. Le informazioni che si agganciano a qualcosa che già sappiamo, che rispondono a una domanda che già ci ponevamo, che hanno una ricaduta concreta nel lavoro di domani mattina, quelle restano. Le altre, ahimé, no.
Se stai scrivendo per il web
Un testo che non crea nessuna tensione, nessuna curiosità, nessun aggancio emotivo viene scansionato e dimenticato. Ricordi? Lo avevano scoperto già tanti secoli fa. L’emozione è il “collante” dei ricordi.
Il principio è lo stesso: il cervello del lettore conserva quello che percepisce come rilevante per sé. Quindi un testo efficace non deve parlare di te, ma di quello che il lettore già sente, già si chiede o sta cercando di risolvere. Se riesce a farlo nel primo paragrafo, il lettore continua. Se non ci riesce nei primi dieci secondi, la pagina viene chiusa.
Nel copywriting si parla, ad esempio, di “ganci”, ma non sono trucchi furbetti. Rispecchiano come funziona la mente umana.
| Formazione | |
| Prima Corso di due giorni. Materiali inviati. Fine. | Dopo Corso interattivo di due ore. Quiz a distanza di una settimana. Caso pratico il mese dopo. |
| Scrittura | |
| Prima Questo articolo si propone di analizzare le metodologie di ottimizzazione dei processi di apprendimento all’interno delle organizzazioni aziendali. | Dopo Ogni anno spendi migliaia di euro in formazione per i tuoi dipendenti, ma il lunedì mattina successivo al corso, il 60% di quelle informazioni è già evaporato. È come cercare di riempire un secchio bucato: più versi contenuti, più ne perdi. |
Tiriamo una riga: come aiutare la memoria?
Non ci sono ricette, ma una serie di azioni che nascono dalla consapevolezza del nostro funzionamento cognitivo.
Ne abbiamo appena iniziato a parlare e con i criteri suggeriti dalla scienza possiamo continuare a riflettere sul nostro modo di progettare qualsiasi contenuto che vogliamo abbia un effetto sugli altri, che sia un corso o una conversazione commerciale.
Se vuoi capire come funziona nel tuo caso specifico, scrivimi. Partiamo da lì.

